Incontro di preghiera davanti al Presepe 07/01/2018

Il video della prima parte dell’incontro

Il racconto dell’incontro

“Pensa sempre a questo: quando nella vita avrai dolori o preoccupazioni, va come ora ad occhi bene aperti per il bosco, e da ogni albero, da ogni cespuglio, da ogni fiore e da ogni animale la potenza di Dio ti verrà incontro dandoti forza e consolazione”
(Massimiliano di Baviera a sua figlia Elisabetta, nel celebre film “Sissi”)

Chissà quante persone, tra le tante che domenica 7 gennaio, nella Chiesa dei Cappuccini di Gorizia, si sono riunite davanti al Presepe per l’Incontro Fraterno, diventato ormai un appuntamento irrinunciabile per i francescani e non solo, ricordano la Grande Guerra, a 100 anni dalla sua conclusione. Forse di più sono quelle che non potranno mai dimenticare la Guerra Ideologica, ma reale come quel metro e mezzo di ringhiera sulla recinzione di calcestruzzo che, nel 1947, segnò il confine italo-jugoslavo a Gorizia.
E poi ci sono i giovani, quelli che di Sissi, cresciuta libera da vincoli sociali e di comportamento, normalmente imposti alla nobiltà mitteleuropea del XIX secolo, e generalmente insofferente alla disciplina di corte a Vienna nonché alle politiche imperiali e alle condizioni di vita dei popoli sottoposti alle autorità dell’Impero austro-ungarico, conoscono la storia d’amore con Francesco Giuseppe.

Il dolore e l’amore non hanno frontiere
anche se noi alziamo muri per non vedere il dolore
e mettiamo confini per non riconoscere l’amore.
(Enzo Bianchi)

Attraverso il sentiero, che sarà a lei poi dedicato, Sissi, imperatrice d’Austria, raggiungeva Castel Trauttmansdorff a Merano, dove soggiornava per curarsi.
Dalla città sul confine dell’Alto Adige, lo scrittore e giornalista storico maranese Paolo Valente, è arrivato in un piovoso pomeriggio d’Epifania, nella nostra città sul confine che non c’è più dal 2004, per portare la sua testimonianza come direttore della Caritas di Bolzano e uomo-ponte, in occasione dell’undicesimo Incontro, organizzato dalle fraternità francescane secolari di Gorizia e Nova Gorica.

Merano e Gorizia, imparentate nel XIII secolo, sotto la comune influenza dei Conti di Tirolo: città mitteleuropee, luoghi di incontro, spesso difficile, tra lingue e culture.
Merano e Gorizia, collegamento tra nord e sud, tra est e ovest. “Chiudiamo il Brennero” e “Chiudiamo la galleria Bombi”: città su confini oltre cui costruire ponti.

Otzi, l’Uomo del Similaun vissuto 5300 anni fa e ritrovato in cima alla val Senales, è morto sul confine tra Italia e Austria, ucciso da una freccia, mentre cercava di raggiungere la val di Otz, che si trova dall’altra parte, sull’altro versante.
Otzi: è il simbolo della volontà, che tutti abbiamo, di “andare oltre”.
Otzi, ritrovato a 3000 metri di quota, voleva passare la linea di confine, malgrado le fatiche e le difficoltà della traversata: è la metafora tragica di tutte le resistenze che troviamo nella nostra società.

Il confine resta per tutti noi il luogo delle contraddizioni, il luogo dove nascono le domande e il luogo dove siamo obbligati a darci delle risposte.

L’Alto Adige è, da sempre, una palestra dei nazionalismi come il Friuli Venezia Giulia.
Questi nazionalismi portarono allo scoppio della Prima guerra mondiale, che per il Tirolo comportò una ferita profonda perché portò alla divisione tra le due parti Nord e Sud, con l’annessione dell’Alto Adige all’allora Regno d’Italia, e della Seconda guerra mondiale, che vide Trieste e l’Istria suddivise in due zone A e B amministrate militarmente dagli alleati e dagli jugoslavi: la prima comprendeva il litorale giuliano da Monfalcone fino a Muggia più l’enclave di Pola, la seconda il resto dell’Istria.

Nell’Alto Adige, il regime fascista, tra le due guerre, condusse una politica di snazionalizzazione: bisognava cancellare ogni traccia della cultura e della lingua tedesca, imponendo alle minoranze linguistiche un processo di italianizzazione forzata.
Dopo la Seconda guerra comincia l’epoca dell’autonomia, che nasce da una relazione di collaborazione tra Italia e Austria. L’autonomia ebbe come scopo quello di tutelare le minoranze, evolvendosi, poi, in una forma di autogoverno che favorisse la partecipazione di tutti i gruppi linguistici alla costruzione del bene comune.

Nel 1964 fu creata la diocesi di Bolzano-Bressanone e il suo primo vescovo, Joseph Gargoitter, riconobbe la necessità di dare a ciascuno dei tre gruppi linguistici (tedesco, italiano e ladino) le strutture e gli strumenti necessari a rafforzare la propria identità culturale e linguistica essendo la lingua madre e la cultura molto importanti nel comunicare la fede e nell’annunciare il Vangelo.
Per questo motivo sorsero strutture parallele: due vicari generali, (per i fedeli dei due principali gruppi linguistici), due uffici pastorali, due uffici catechistici, due sezioni della Caritas diocesana.
Perché è necessario rafforzare l’identità? Non certo per dividersi, ma per unirsi, per essere capaci di dialogo, di incontro e per essere in grado di percorrere liberamente il cammino verso l’unità.

Cinquanta anni dopo l’applicazione di questa impostazione data dal primo vescovo, che non per era per dividere ma per raggiungere un’unità più consapevole, la Chiesa altoatesina fa un passo avanti verso l’unità e l’unificazione, partendo dal Sinodo diocesano. Dal libro che contiene i documenti e che descrive i lavori del Sinodo, si evince la necessità di una Chiesa chiamata a dare una testimonianza che arrivi al di là dei confini territoriali e che promuova una convivenza nella differenza dove la cultura e la lingua dell’altro sono viste come parte del proprio patrimonio culturale.
I cristiani sono corresponsabili di tutti, anche de membri degli altri gruppi linguistici: bisogna andare oltre le singole identità sforzandosi di comprendere e parlare la lingua degli altri. La società è chiamata a salvaguardare le diversità promuovendo il bene comune opponendosi ai pregiudizi nei confronti di altri gruppi linguistici. La presenza di “nuovi cittadini” sia occasione per vedere la diversità in un’ottica di mutuo scambio, e non di contrapposizione.

Nel Sinodo, conclusosi l’8 dicembre 2015, si è proposto di avviare processi di unificazione, di realizzare mezzi di comunicazione multilingui e di favorire la celebrazione plurilingue.
Dal 1° settembre 2016, tutti gli uffici della diocesi sono stati unificati: un solo Vescovo, un solo vicario generale competente per tutti i gruppi linguistici, un solo direttore dell’ufficio pastorale competente per tutte le lingue, un solo ufficio catechistico, un solo ufficio scuola.
Il Sinodo ha chiesto anche che, in una stessa parrocchia, non ci siano due consigli pastorali separati ma un unico consiglio pastorale che si riunisca insieme.
Questa unificazione non è stata sempre e ovunque facile, anzi!
Questo deve far capire che i cristiani, non solo nella società, ma anche nella Chiesa e persino nella propria parrocchia, devono far emergere le contraddizioni, mettere in crisi, far crescere e portare cambiamenti positivi.

La Caritas ha iniziato questo processo, non facile, di unificazione molto prima del Sinodo e l’ha concluso dopo gli altri settori pastorali, il 1° settembre 2017.
Nella Caritas, più ancora che nell’ufficio pastorale o liturgico, non si potevano avere percorsi paralleli: nella liturgia la lingua è importante, ma la carità parla la lingua dell’amore e se l’amore è autentico, comprende tutte le lingue.

Anche se nella diocesi di Bolzano-Bressanone, il processo di unificazione si può definire concluso, la verità è che questo tipo di processo non si conclude mai.
Esso continua giorno dopo giorno: la carità ispira lo stile e suggerisce gli strumenti di una comunicazione creatrice, permettendo ad ognuno di esprimersi nella propria lingua.

“Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba e come cimbalo che strepita.”
(Prima lettera di San Paolo ai Corinzi)

Non basta conoscere le lingue, bisogna volere il bene dell’altro.

Senza la carità, le parole sono come note stonate, nella carità hanno la melodia armoniosa della cetra.
Come quella che Benjamin Zbogar fa ascoltare appena prima della preziosa testimonianza di Paolo Valente, incantando i numerosi fedeli che forse mai, prima di allora, hanno sentito la musica di quello strumento tanto amato dal re Davide.

Senza la carità le parole sono come voci di corridoio, nella carità hanno la musicalità di un girotondo di canti natalizi e francescani.
Come quello con cui i bambini della scuola Waldorf di Bukovica – Merna, guidati dalla bravissima maestra Michela De Castro, hanno allietato grandi e meno grandi prima dell’inizio della Santa Messa, presieduta dall’Arcivescovo di Gorizia.

Senza la carità, le parole sono espressione del vuoto, del nulla, distruggono anziché costruire. Nella carità, invece, le parole diventano fatti, accompagnano, curano, sono scintilla della pienezza del tutto, sono una profezia che mostra il cammino, sono la stella che, come ai Magi, indica l’orizzonte e porta oltre il confine.

E, dopo i saluti ai presenti da parte dei ministri delle Fraternità italiana e slovena di Gorizia e Kostanjevica, Daniele e Stanko, e la presentazione da parte di Gianmarco, di tutti coloro che dal 2004, anno del primo Incontro Fraterno davanti al Presepe, costruiscono un ponte, pezzo dopo pezzo, sulle macerie di un confine già distrutto, il Vescovo, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, ha celebrato, insieme ai frati italiani e sloveni, la Messa del Battesimo di Gesù, nella Chiesa di Santa Maria Assunta a Gorizia.

Grazie alla presenza dell’interprete di Nova Gorica, Kristina Skibin, ed ai lettori di entrambi i gruppi linguistici, la celebrazione eucaristica, così come tutto l’Incontro, scorre, bilingue, come l’acqua del Giordano con cui Giovanni battezzò il Messia.

È in quel momento, dice il Vescovo nella sua omelia, che il falegname di Nazareth, prende piena coscienza di essere il figlio di Dio e di avere una missione. Una missione che coinvolge altre persone e ha, da subito, una caratteristica comunitaria.
E noi? Questa è la domanda inevitabile con cui il Vescovo si rivolge ad ognuno.
Può esserci un parallelo tra il battesimo e l’esperienza di Gesù e il nostro cammino cristiano? Certamente, anche se dobbiamo sottolineare l’assoluta singolarità di Gesù: Lui non diventa figlio, come noi, nel battesimo, ma è il Figlio che si è fatto uomo.
Noi, appunto, nel battesimo diventiamo figli in Lui che è il Figlio e anche a noi è donato lo Spirito Santo, dono che il Sacramento della Cresima conferma.
Il battesimo, dunque, dovrebbe essere anche per noi il momento in cui non solo diventare figli di Dio, ma prendere coscienza di esserlo. Essendo, quasi tutti, battezzati da infanti, è importante che questa presa di coscienza ci sia stata dopo e ci sia nella nostra vita. Anche per noi, la presa di coscienza di essere figli di Dio, comporta la consapevolezza di una missione come cristiani, una missione che si articola nelle diverse vocazioni, ma che è comunque la testimonianza del Regno. Una missione che, per esigenza intrinseca, va vissuta comunitariamente, cioè ecclesialmente.
Tornare alla grazia del nostro battesimo, rinnovato anche attraverso il sacramento della riconciliazione, permette di vivere da cristiani, secondo il Vangelo, con tanto impegno anche con fatica, ma con grande gioia: è il dono che il Vescovo chiede, per e con tutti i fedeli di tutto il Friuli Venezia Giulia e della Slovenja, a questa Eucaristia.

Durante la Santa Messa, animata dal Gruppo Chitarre del Duomo di Gorizia, e cantata in italiano e sloveno, il Vescovo invita la comunità a partecipare al prossimo pellegrinaggio in Terra Santa organizzato, insieme a fra’ Jaques Frant, dalle fraternità francescane “Concetta Bertoli” e “Nova Gorica“ dal 3 all’11 luglio 2018.
In quell’occasione, si visiterà anche il Charitas Baby Hospital, struttura che, grazie al nostro Vescovo, abbiamo avuto modo di conoscere, due anni fa, durante l’Incontro a cui partecipò, in diretta skype, suor Donatella Lessio, allora direttrice del Centro di Formazione Continua. Quest’anno sono stati raccolti, durante l’Incontro, 800 euro. L’intera somma è stata devoluta in beneficenza all’unico Ospedale pediatrico della Cisgiordania. Chi desidera lasciare una donazione, può farlo collegandosi al sito dell’Associazione Aiuto Bambini Betlemme: http://www.aiutobambinibetlemme.it.

Al volger al termine dell’incontro, fra’ Giorgio Basso, padre guardiano del Convento dei Frati Minori Cappuccini di Gorizia, è visibilmente emozionato: è il suo primo Incontro, come racconterà lui stesso prima di invitare tutti a prender parte all’agape, essendo arrivato in questa città sul confine da pochi mesi, alla fine dello scorso agosto.
Emozionato e felice per esser stato anche lui uno dei costruttori di questo ponte.
Emozionati e felici sono anche i fedeli che, uscendo dalla Chiesa, leggono tra le righe del bigliettino offerto a ciascuno di essi dai francescani, alcuni brani, tratti delle Fonti Francescane, del racconto del Presepe di Greccio. E, come in quella notte di Natale del 1223, ognuno torna a casa pieno d una gioia semplice e profonda.

E, come San Francesco, allora chiamato a riparare la Sua Casa, fu anche muratore, ognuno di noi, chiamato oggi all’unità della Chiesa, possa essere costruttore di pace.

Otzi sono riusciti a fermarlo.
Noi speriamo di no.

Una cima raggiunta è il bordo di confine tra il finito e l’immenso.
(Erri De Luca)

Silvia Scialandrone