Pellegrinaggio Assisi della Fraternità di Gorizia 6-8 marzo 2026

Pellegrinaggio ad Assisi della Fraternità di Gorizia 6-8/3/2026

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San Francesco vive

“Forse ci sono cinquanta giusti nella città; farai tu perire anche quelli? O non perdonerai tu a quel luogo per amore dei cinquanta giusti che vi sono?”

Il contrattare di Abramo, sul colle da cui insieme a Dio osservava Sodoma e Gomorra, partì da cinquanta per arrivare a dieci giusti nell’audace tentativo di far cambiare idea all’Eterno che aveva promesso, per il grido salito dalle città, di distruggerle.

Perché non ha azzardato scendere a cinque? È il pensiero con cui arrivo da san Francesco insieme ai miei compagni di pellegrinaggio. Con l’autista del pullmino ho contrattato: “Se quattro di noi stanno seduti davanti, si può accovacciare ancora uno dietro, nello spazio che sarebbe quello di una carrozzina?” “Sì, c’è posto.” Guardo l’orologio, mancano pochi minuti al nostro orario d’ingresso. “Forse ce ne stanno anche due?” “Sì, ci stanno.” Oso chiedere “Possono salire in cinque?” “Va bene” mi risponde. Quasi non credo alla magnanimità di quell’uomo. Chiudo in fretta il portellone, temendo che possa cambiare idea. Varcata Porta San Giacomo, imbocchiamo una caratteristica strada medievale. Dopo una curva, ecco stagliarsi sullo sfondo di un cielo azzurro la facciata in pietra bianca della Basilica di San Francesco nel primo sabato di un tiepido marzo. Apro il portellone, scendo. Dopo di me smontano i miei fratelli e le mie sorelle, chi più agilmente, chi più lentamente. Stringo la mano di quell’uomo che, senza fretta, ci ha portati fin lì e mi dispiace aver dubitato di lui. Presentiamo i pass e superiamo i controlli, dopo qualche centinaio di metri arriviamo al portale strombato della Basilica Inferiore dove ha luogo l’ostensione delle spoglie del Santo in occasione dell’VIII centenario della sua morte. Tiro un sospiro di sollievo. “Fin qua ce l’abbiamo fatta!”

Guardo i miei compagni: Monica, Paolo, Gianna, Mario, Mauro, Sara, Marco e Saverio.

Il sole illumina i loro volti facendo brillare l’emozione nei loro occhi. Entriamo, ordinati e silenziosi, insieme ad altre centinaia di persone giunte da ogni parte del mondo.

Non possiamo sostare davanti alla teca di vetro, una manciata di secondi appena con quel che resta di un ragazzo di Assisi che sognava di fare il ricco cavaliere ed è diventato cavaliere di Dio. (Simone Cristicchi) Cos’ho provato in quei momenti? Non posso scrivere di aver percepito un’ineffabile sensazione, né turbamento o eccitazione. Nessun sussulto: di quello vi racconterà Gianna che ho fatto svegliare di soprassalto nelle mie notti agitate. Più tranquillo il mio stato d’animo all’albore di quel giorno: in me un senso di gratitudine perché “io c’ero” e non avrei potuto esserci da sola come dirà, sulla strada di ritorno a casa, Mario. Gratitudine perché, oltre ai miei compagni di viaggio, c’erano tutti i fratelli e le sorelle che non ho scelto e che il Signore mi ha donato, gli amici che mi restituiscono al mio “io” e che provo ad amare come ama Dio, la mia mamma che immaginava il futuro seguendo con le dita il mio profilo su un’ecografia in bianco e nero e il mio papà che guarda con nostalgia al passato immortalato su diapositive che il tempo ha scolorito: Francesco, chiuso in quella teca di vetro, ha incontrato anche tutti coloro che hanno un posto nella teca del mio cuore. Gratitudine perché ho potuto tornare nei luoghi di Francesco che “vive” come recita il claim che accompagnerà tutte le iniziative dell’ottavo centenario della morte del Santo. Sì, san Francesco vive: vive in quelle centinaia di pellegrini diventate, con il passare delle ore, migliaia tra le strade e le chiese di Assisi; vive in tutti i frati, in tutte le clarisse e in tutti i laici che dopo 800 anni continuano a seguire Cristo sulle sue orme; vive in questa piccola porzione di Chiesa che è la fraternità intestata a Concetta Bertoli, la crocifissa di Mereto di Tomba a cui tanto era devoto fra Aurelio.

Se la misura della felicità è la gratitudine, in quel momento ero immensamente felice.

Felice di essere lì, a volte alla testa, a volte alla coda di quel piccolo gruppetto che Sara, scherzando ma non troppo, definisce una RSA in gita. Una RSA di cui vorrei prendermi cura con lo stesso zelo con cui Mauro difende la sua fetta di tiramisù.

C’è chi fa fatica a camminare, chi a sentire, chi a vedere; e c’è chi offre un braccio nel saliscendi di viuzze e vicoli di quella cittadina situata su una verde e fertile collina, chi prende i primi posti per tutti vicino all’altare per seguire un po’ di più la Santa Messa nella Basilica Superiore di San Francesco o in quella di Santa Maria degli Angeli e chi descrive gli affreschi di Giotto e la pala del Perdono, un terreno arato a forma di cuore o il cuore di san Francesco nello scrigno all’interno della Cappella del Transito.

Nessuno è rimasto indietro, nessuno è rimasto fuori, nessuno si è sentito escluso.

Se la Chiesa diventa vera quando qualcuno ti offre la fraternità e te la offre sotto forma di qualcosa di concreto che è l’amicizia, sono grata a Lui per esserne parte ed essere parte di questa vita che, generosa, risplende intorno a me, attraverso gli amici.

E capisco che se Abramo non ha ardito è perché bisognerà che Dio stesso diventi quel giusto. È il mistero dell’Incarnazione: per garantire un giusto egli stesso si fa uomo. (Benedetto XVI). Francesco vive perché, come un seme posto nudo sulla terra prima di lasciare questo mondo, continua a portare frutto ancora oggi, in un periodo storico in cui le certezze di pace sembrano crollare anche nei paesi dell’Unione Europea.

Ma se l’unità è il punto di vista di Dio, siamo noi a dover cambiare la prospettiva come ha fatto Francesco spogliandosi dei vestiti e dei pregiudizi. Nella Chiesa di Santa Maria Maggiore, posta nella piazza in cui Francesco si liberò di ciò che non era, riposa san Carlo Acutis che, come l’assisiate, ha vissuto ed è morto originale, non fotocopia.

A noi non è chiesto di essere imitatori di san Francesco, santa Chiara, san Carlo; a noi è chiesto di essere santi incarnando ciò che siamo. Davanti ai resti mortali del Giullare vivente, ho desiderato fare, come lui, qualcosa di grande, di folle, di camurrioso…così si burla di me Saverio! Francesco, a differenza di altri santi, non attirava la gente a sé per i miracoli; lui innamorava chiunque perché incontrava tutti – uomini donne e animali – e rappresentava il Vangelo come il più bello spettacolo nelle strade e nelle piazze, lo recitava come un attore convincente, lo cantava come un artista convinto.

Paolo, bramoso di conoscere sempre più san Francesco, si allontana dalla folla e allunga il passo per cercare in ogni angolo e in ogni convento qualcosa che gli parli di lui.

Se saremo portatori di quella stessa gioia che riempie gli spazi tra noi quando stiamo insieme, se saremo abbastanza pazzi da volerci bene oltre tutti i confini geografici, religiosi e culturali, se saremo quello che dobbiamo essere – scintille – metteremo fuoco in tutto il mondo (santa Caterina da Siena) come fuoco è venuto a gettare Gesù sulla Terra, frate focu che ennallumina la nocte, bello iocundo robustoso e forte.

Se attizzeremo il cuore, come ci ardeva in quei giorni, san Francesco vive e vivrà. E così noi, in eterno. Allora ci chiameranno riparatori di brecce, restauratori di strade, rinnovatori di Chiese, costruttori di ponti, realizzatori di fraternità, artigiani di pace.

E riprenderemo il viaggio, come questa volta, da dove l’abbiamo lasciato: all’Eremo delle Carceri. E ci lasceremo condurre dallo Spirito verso nuove mete cambiando rotta, come al rientro, in direzione Gubbio, Chiesa di Santa Maria della Vittorina.

E, nel silenzio malinconico della sera, mi piace immaginare altre partenze con Marco e Monica ancora alla guida mentre noi un po’ preghiamo e un po’ cantiamo, un po’ ci addormiamo e un po’ stuzzichiamo, un po’ ridiamo e un po’ piangiamo. Già ci manchiamo.

E, chissà, forse la comuna è una chimera meno irraggiungibile delle stelle…

Silvia Scialandrone, Fraternità di Gorizia

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