Domenica 27 marzo Via Crucis Transfrontaliera

Ecco le foto e l’invito

A 18 anni dalla caduta del muro tra Italia e Slovenija.
A due anni dal Papa solo in una piazza San Pietra vuota.
A quasi un mese dall’inizio della guerra tra Russia e Ucraina.
Insieme, tra Gorizia e Nova Gorica, lungo la Via Crucis transfrontaliera.
Domenica 27 marzo partenza alle 15 dal valico del Rafut, arrivo a Kapela.
Nessuno si salva da solo.

La testimonianza di Silvia

A due anni dal momento straordinario di preghiera presieduto dal Santo Padre, la prima Via Crucis transfrontaliera organizzata dalle fraternità francescane di Gorizia e Nova Gorica, avrebbe dovuto essere un altro ponte sotto cui sarebbe passata la barca che ci ha permesso di attraversare la tempesta della pandemia.

A quasi 18 anni dalla caduta dell’ultimo muro d’Europa, nessuno però avrebbe immaginato che, proprio in questa domenica della gioia, avremmo pianto per chi non approderà, con noi. alla riva che s’intravede ora che la tempesta si sta placando, e per chi ha perso la vita nel conflitto tra Russia e Ucraina scoppiato un mese fa.

Il sole di questo 27 marzo prometteva di asciugare anche le lacrime del Cielo che bagnavano quella piazza San Pietro vuota in cui Papa Francesco ha pregato, solo, davanti al Crocifisso ligneo di San Marcello e all’icona bizantina della Madonna.

Alla sua invocazione, si è unita quella dei francescani secolari che si sono ritrovati al Valico del Rafut per raggiungere il Santuario della Kapela.

Percorrendo la strada che costeggia la pista ciclabile e che finisce dove iniziano gli scalini che portano al Monastero francescano della Kostanjevica, altri fedeli si sono aggregati ad essi fino a diventare un centinaio lungo la Via Crucis segnata, per l’occasione, da 14 croci di legno su cui sembrano quasi brillare le immagini che riproducono i mosaici di Marko Rupnik.

Il più grande artista sacrale del mondo moderno ha abbellito le 14 cappelle sul colle di Mengore e nelle sue meravigliose opere i pellegrini vedono il dolore fiorire nella bellezza, come recitava Srečko Kosovel, uno dei padri della poesia slovena.

L’Arcivescovo di Gorizia, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, ed il Vescovo di Koper, monsignor Jurij Bizjak, dopo essersi incontrati due giorni prima al Santuario di Montesanto-Sveta Gora per celebrare la Santa Messa e pregare in modo particolare per la Russia e l’Ucraina, che venerdì 25 marzo il Papa ha consacrato a Maria, si sono dati appuntamento su quella linea dove, due anni fa, è tornato il confine.

La paura ha il peso dei dissuasori di cemento che, all’inizio dell’emergenza hanno diviso Italia e Slovenija dopo 15 anni; la speranza, invece, ha la leggerezza del primo vento di primavera che soffia sul colle su cui si incamminano uomini e donne, frati e bambini.

Non più un distanziamento sociale ma un avvicinamento cordiale tra due popoli che, in questi tempi inumani, credono che non ci sia niente di più sublime dell’umano nell’uomo.

Stazione dopo stazione, le lingue non hanno confini e l’aspirazione ad una completezza non individualistica svela il desiderio comune di divenire sempre più esseri umani.

L’Arcivescovo Carlo e il Vescovo Jurij guidano le riflessioni dei francescani delle fraternità di Gorizia e Kapela, insieme alle due ministre, Raffaella e Silva.

Parole che ognuno ha scritto dando voce alla relazione tra spirito e interiorità.

E non ci si può non fermare ad ascoltare la vibrazione di quei pensieri; nel raccoglimento silenzioso di quella moltitudine di persone è Dio che parla.

Esce la gente dalle case, le cui porte e finestre erano chiuse fino a poco prima.

Anche un cane nero, con una palla stretta tra i denti e le orecchie dritte e tese in avanti, osserva diligente, quel che accade oltre il cancello del suo giardino. Lui, che abbaiava guardingo mentre un gruppetto scendeva poc’anzi, a posizionare le croci marroni con impressi, in giallo, i numeri romani, eccolo ora in ossequioso mutismo.

Non così un gallo che non ci sta ad essere associato al rinnegamento di Pietro.

Canta, al passaggio di quell’inusuale fiume umano, e lo fa per quattro volte quasi a voler allontanare l’infamia, come fece il Signore con il suo popolo liberandolo dall’Egitto.

Rimarca che il passato è memoria e che tra esso e il futuro, che è attesa, c’è il presente e a quella visione pone attenzione crocchiando cose nuove.

E mentre Paolo riconosce in Gesù il Cireneo di tutti e il buon pastore che ha soccorso e salvato la pecorella smarrita, dietro la croce sospesa tra cielo e terra, escono dalla casetta sul versante orientale della collina, una capra ed i suoi piccoli. Fissano i loro occhi sul pendio brulicante di persone, attirati, forse, dalla voce del lettore.

Il Padre sussurra, in ogni momento, opera lievemente come la brezza di Elia.

Avanza, piano, quel nutrito gruppo di cristiani portando la croce, mai da soli.

Nell’anno della Famiglia Amoris lætitia, che si concluderà il prossimo 26 giugno, gli sposi italiani, uniti nel vincolo indissolubile del matrimonio, rappresentano la sacralità del loro legame sostenendo, con un corpo solo, la croce con cui Cristo ha salvato tutti.

Accompagnati da fra Niko Zvokej, padre superiore del Convento di Kostanjevica, e dai bambini sloveni insieme a fra Luigi Bertiè, padre superiore del Convento di Gorizia, e fra Marco Moretto, dell’Ordine dei frati Minori Cappuccini, simboleggiano la Chiesa.

Chiesa in uscita, come auspicato da Papa Francesco e dall’OFS d’Italia.

Chiesa sinodale, come desiderata dall’Arcivescovo Carlo.

Chiesa testimone di bellezza, dal Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo,

Sotto il manto della Madre di Dio, nella Kapela, trova approdo una barca, realizzata da Monica, prototipo di quella dei discepoli sulla quale furono presi alla sprovvista dalla tempesta sul lago di Tiberiade. Anche noi, come loro, ci siamo trovati impauriti e smarriti quando fitte tenebre si addensarono sulle nostre piazze, strade e città.

A ciascuno viene consegnata una piccola barchetta, uguale alla barca madre a cui siamo giunti alla fine questa Via Crucis transfrontaliera per ricordarci che nessuno si salva da solo e siamo tutti chiamati a remare insieme a Gesù. La benedizione di Dio che il Santo Padre ha impartito al mondo intero dal colonnato che abbraccia Roma, scende nell’ultima domenica di marzo su questa terra che ha sofferto le atrocità della guerra.

L’Arcivescovo Carlo, riprendendo le parole di Papa Francesco che, con uno sguardo di dolore, ha affermato che stiamo vivendo la terza Guerra mondiale a pezzi, e mostrando l’angelo preparato da Silvia e Zlatka, che ognuno ha ricevuto nelle proprie mani, ci invita ad essere costruttori di pace a pezzetti.

E, come evidenziò il Cardinale Martini in una veglia per la pace nel 1991, il primo oggetto di autentica preghiera per la pace siamo noi stessi.

Alla fine di questo momento di preghiera sono stati raccolti 650 euro che l’Ordine Francescano Secolare ha devoluto alla Terra Santa.

Silvia Scialandrone (Fraternità di Gorizia)