Via Crucis transfrontaliera del Venerdì Santo – 03/04/2026

Via Crucis Transfrontaliera 03/04/2026

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Una Via Crucis cittadina tra Gorizia e Nova Gorica, con i francescani religiosi e laici della diocesi di Gorizia e di Koper. Una croce che unisce due nazioni dal 2022.

«Il finale inaspettato», di Silvia, OFS Gorizia

Venerdì 3 aprile 2026

Rosa Ricci e Carmine Di Salvo, rampolli di due famiglie camorristiche rivali, sono i protagonisti di “Mare fuori” serie tv girata in un IPM di Napoli. In una delle ultime puntate della sesta stagione e a conclusione di un bel percorso (la direttrice dell’Istituto direbbe di riabilitazione, a me piace definirlo di conversione) Rosa si costituisce e accetta di entrare in un programma di protezione che la porterà lontano da una città controversa ma più vicina a Carmine che, prima di lei, aveva preso le distanze da un cognome ingombrante e dalle lotte per un potere devastante. Quella tra Rosa e Carmine è una storia di redenzione con un finale agrodolce. La scena che ho aspettato con trepidazione non è stata come l’avevo immaginata ma ha lasciato tutto all’immaginazione: in primo piano il viso rigato dalle lacrime di Rosa che, all’incontro con Carmine in penombra, bagnano le labbra su cui sboccia un luminoso sorriso.

In sottofondo, parte la sigla che chiude l’episodio.

Ma come? Proprio adesso? Così? E poi? Cosa succede?

Con quell’amarezza, spengo la tv e chiudo dietro me la porta di casa. Raggiungo Monica, Paolo, Raffaella e Roberto in Fraternità e, con loro, mi accingo a posizionare le sei croci che segnano le sei tappe della Via Crucis cittadina che, dal 2025, è diventata transfrontaliera. Se nell’anno che ha visto Gorizia e Nova Gorica unica Capitale europea della cultura, il desiderio di andare oltre il confine scorreva naturale nelle vene dei fedeli italiani e sloveni come il corso dell’Isonzo che unisce le due città, non era scontato che il suo incedere, come quello lento e inesorabile delle acque color smeraldo, perdurasse anche dopo la cerimonia di chiusura di GO2025.

Invece, insieme alle Fraternità francescane e agli organizzatori della storica Via Crucis cittadina del Decanato di Gorizia, don Fulvio Marcioni e Cristina Luciano, sono centinaia le persone che si ritrovano in piazza Vittoria davanti al sagrato della Chiesa di Sant’Ignazio dove ha inizio il percorso del Venerdì Santo che attraversa un confine geografico e, soprattutto, i cuori di uomini, donne, anziani, giovani e bambini che compiono un cammino per far memoria della Passione di Cristo e di don Bogdan Vidmar, designato Vicario dai Vescovi Bizijak e Štumpf, fervente promotore di numerose iniziative comuni alle due città e alle Diocesi di Gorizia e Koper.

Il vescovo Carlo, nominato Segretario del Dicastero per il Clero da Papa Leone XIV solo da qualche mese, presiede la sua ultima Via Crucis da Amministratore Apostolico.

Vicino a lui, oltre a don Fulvio e Cristina, anche Kristina Skibin, fedele interprete nelle due lingue, fra Luigi Bertié, superiore dei Frati Cappuccini di Gorizia e fra Alessandro Carollo, confermato da poche settimane Ministro provinciale dei frati del Triveneto.

La Via Dolorosa che italiani e sloveni si apprestano a percorrere vuole essere un cammino esteriore verso il Santuario della Castagnevizza ed un viaggio interiore fino al centro del proprio cuore. Chi vorremmo trovare lì, da ultimo, al fulcro? Io o Dio?

Dietro alla croce su cui tenere fisso lo sguardo, ascoltando le meditazioni preparate da gruppi italiani e sloveni, tenendo in mano il libretto per leggere nella propria lingua, odorando la fuliggine delle candele che illuminano i passi si prova a dare un gusto nuovo alla vita e una risposta alla domanda di senso “Da che parte sia il mio cuore?”

Gli scout italiani scelgono di stare dalla parte del servizio soprattutto ai più fragili e dell’impegno nella società, dell’andare controcorrente quando serve e dello stare mai controcuore, di fidarsi di Gesù e di avere il coraggio di seguirlo anche quando costa.

Davanti alle porte aperte della Cappella dell’Esaltazione della Santa Croce, una luce fioca irradia la croce posta sull’altare in marmo bianco e nero nell’oscurità di una Chiesa semplice e sobria. Quella croce diventa come per i giovani sloveni più leggera se accolta e caricata con Cristo che smaschera le illusioni e ridimensiona le aspettative.

Sotto quel legno pesante se portato da soli, adulti e giovani possono ritrovarsi vicini e rialzarsi insieme perché il dolore non è uno stato d’animo immutabile. Dentro una sofferenza ci sono storie che chiedono parole e ascolto per guarire e ripartire.

Dietro la Chiesa di Sant’Antonio Piccolo, nel 1758 era stato aperto un ricovero per gli orfani, l’Ospedale di San Raffaele. Oltre l’Ospedale, allora, la città finiva: da un lato scendevano i boschi della collina del castello, dall’altro si aprivano i campi. In mezzo stava il camposanto. Lì, oggi, tra un cantiere al cui interno tutto è stato demolito e un albero in fiore rimane solo un dipinto raffigurante il Crocifisso. Il cuore si apre davanti alla vita che non muore. Ma, come riflette l’Oratorio San Luigi, lasciarsi aiutare e aiutare suscitano in ciascuno di noi sentimenti contrastanti proprio come il Figlio, prima di abbandonarsi alla volontà del Padre, da Lui si è sentito abbandonato.

Simone di Cirene, costretto dai romani a fare un pezzo di strada con quell’Uomo dei dolori disprezzato e reietto, cos’avrà provato? Paura? Rabbia? Disgusto? Cosa si saranno detti il Nazareno e il Cireneo per trasformare quei sentimenti in compassione fino a segnare un punto di svolta per quello straniero della Libia e la sua famiglia?

Non c’è vittoria migliore se non quella di arginare il male con il perdono. Come è riuscito il Re dei Giudei a perdonare gli amici che lo hanno tradito, i soldati romani che lo hanno inchiodato alla croce, il popolo e i capi religiosi che lo deridevano e lo insultavano? Amando, fino alla fine. Il miracolo più grande realizzato da san Francesco d’Assisi, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della sua nascita in cielo, è la sua vita vissuta per-dono. Preghiamo il Signore che esaudisce sempre non le nostre richieste ma le sue promesse. Preghiamo non per ottenere ma per essere trasformati. Preghiamo per decentrarci dall’io e tendere verso (spes) il tu, il noi.

Ai piedi della croce di Gesù stavano sua madre Maria, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala: la donna che custodiva anche quello che non intuiva del Figlio e lo serbava nel suo cuore, la donna che custodiva la missione dei discepoli che hanno seguito il Maestro senza capirlo, la donna che avrebbe voluto custodire il corpo del Rabbunì scambiato per il custode del giardino.

Ai piedi della settima croce che si staglia nella notte sopra la scalinata del Monastero della Castagnevizza illuminata dalla luna piena, stanno due popoli chiamati ad essere custodi, madri e figli l’uno dell’altro.

Due popoli che hanno superato i confini sulla suggestiva via della Cappella, tra due ali di ragazzi e ragazze che, con le lanterne in mano, rischiaravano la salita in mezzo agli ulivi argentei nel volger di una sera che pareva giorno.

Due popoli invitati dal Vescovo Carlo e da fra Boštjan Horvat, custode di Kapela, ad attaccare il piccolo cuore ricevuto all’inizio di questa seconda Via Crucis transfrontaliera sul grande cuore a ridosso dell’ultima croce.

Un impercettibile segno per ricordarci, prima di andare a dormire, di quel Dio che ci ama in perdita e che si accontenta di un nostro “Ti voglio bene”.

Una tenue fiammella, come la piccola sorella speranza, che potrebbe spegnersi da un momento all’altro ma che tiene accese le sorelle maggiori, la fede e la carità.

Quando centinaia di piccoli cuori riempiono il grande cuore rosso e il piazzale davanti al Santuario, lentamente, si svuota rimangono i miei fratelli e le mie sorelle. Ado che ha contribuito a rendere possibile questo pellegrinaggio; Gianmarco che ha dialogato con fra Francesco Patton, già custode di Terra Santa, in occasione delle celebrazioni per i santi patroni di Gorizia chiedendogli come si disarma un cuore per conquistare una pace disarmante; Sara che ha preparato, insieme a Graziella e Silva, la meditazione e la preghiera per che sono state lette anche da Paolo davanti all’edicola mariana posta lungo la salita verso il colle della Castagnevizza; Francesca che rende immortali questi momenti fotografandoli e pubblicandoli sul sito OFS che cura insieme a Luciano; Carlotta e Daniele che hanno voluto essere presenti rinunciando a prender parte, con figli e nipoti, alla Via Crucis cittadina di Cervignano; Mauro che non ha voluto mancare nonostante la fatica e la sofferenza fisica. Con loro e insieme a Raffaella, Roberto e Monica, ripercorro a ritroso il cammino esteriore compiuto fin lì ma non quello interiore. Raccogliamo le croci da riporre nella nostra sede. E mentre torno a casa, in quella tersa notte di primavera, tutto si fa più limpido.

Sì, speravo in un finale diverso tra Rosa Ricci e Carmine Di Salvo. Come speravano in un finale diverso i discepoli e le donne che hanno lasciato tutto per seguire Gesù.

Forse anche Dio sperava in un finale diverso, Lui che poteva pure cambiarlo.

Invece ha lasciato che gli mettessero una corona di spine in testa, lui che non ha mai protetto neanche il suo cuore, amando e donandosi come se non lo stessero flagellando. Noi, invece, circondiamo di spine il nostro cuore per non essere feriti.

Succede, come davanti al grande cuore di legno, che stiamo attenti a non toccare le spine che lo accerchiavano per non farci male. E su quel pezzo di cuore nessuno ha posato il suo piccolo cuore. Così, diventiamo astuti come serpenti attenti a non farci trafiggere e ci dimentichiamo di essere puri come colombe che si posano fiduciosi sul palmo del Creatore. La pace, quella che speravamo e che non è ancora arrivata, comincia in mezzo a quelle spine. Nell’incontro tra una mano che sa accarezzare quel pezzo di cuore indurito sotto le spine avviene il miracolo dell’amore che risana.

Credo che, per questo motivo, Dio non abbia scritto un altro finale. Lui spera che siamo noi a scriverne uno più bello, noi che possiamo fare cose più grandi delle sue.

Credo che gli sceneggiatori di “Mare fuori” abbiano lasciato gli spettatori con il fiato in sospeso perché ognuno potesse realizzare, nella propria, la storia di Rosa e Carmine.

Credo che nella vita la sola cosa che conta è l’amore. (Rosa Ricci).

Si crede solo in ciò che si spera. Ecco, io spero. E voglio crederci.

Silvia Scialandrone, OFS Gorizia

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