Commemorazione a Barbana del Venerabile Egidio Bullesi 25/04/2026

Commemorazione a Barbana del Venerabile Egidio Bullesi 25/04/2026

Sabato 25 aprile 2026 i francescani del Friuli Venezia Giulia e di Pola si sono riuniti a Barbana per commemorare l’anniversario della morte del fratello Venerabile Egidio Bullesi. Ecco le foto!

Testimonianza di Lucia Bellaspiga

Riportiamo la bella testimonianza che Lucia Bellaspiga ha fatto a Barbana in questa occasione, ringraziandola per la sua disponibilità.

Carissimi Istriani fiumani e dalmati. Carissimi esuli e fratelli rimasti, giunti dalla Croazia e dalla Slovenia – vedo qui il presidente dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul –, carissimi coristi della Lino Mariani di Pola! Vi porto il saluto di tutta Federesuli, che ho qui l’onore di rappresentare.

Era esattamente il 25 aprile del 2016, dieci anni fa, e mi trovavo qui, nell’isola-santuario dedicata alla Madonna di Barbana, in QUESTA chiesa, a QUESTO leggio, e davanti a me sedevano mia madre e mio padre. Quel giorno mia mamma Carmen, esule da Pola nel 1947, compiva 90 anni e fu il compleanno più bello: celebrato vicino al suo Egidio Bullesi qui sepolto, che a Pola era stato amico dei suoi fratelli (i miei zii), e festeggiata da 600 tra esuli e rimasti, arrivati persino dal Sudafrica, riuniti quel giorno per il primo Giubileo degli esuli giuliano dalmati!

Mia madre ha lasciato questa terra a 99 anni: proprio oggi ne avrebbe compiuti 100 e per un soffio non è qua con me, ma lasciatemi pensare che in prima fila sia ancora seduta ad ascoltarmi insieme a mio padre Leonardo.

Perdonate questa digressione personale, ma TUTTA la storia degli istriani, fiumani e dalmati per noi esuli di seconda e terza e quarta generazione è diventata una vicenda PERSONALE.    Non la conoscevamo, non fino in fondo… L’abbiamo dovuta riscoprire a fatica, a pezzi e bocconi vorrei dire, attraverso i racconti spesso reticenti dei nostri nonni e genitori, preoccupati di non travasare in noi le loro lacerazioni e nostalgie, desiderosi di voltare pagina…

Ma la pagina non si volta mai per davvero, quando racconta di una terra bellissima visceralmente amata e poi dovuta abbandonare in fretta e furia,    di un tessuto sociale che si è disintegrato nella diaspora,    di un mondo dai contorni favolosi che all’improvviso si è trasformato in tragedia.    L’Italia, TUTTA l’Italia usciva sconfitta dalla II Guerra mondiale, una guerra oscena come lo sono tutte le guerre, ma ancora più sbagliata, vissuta dall’Italia nel ruolo degli aggressori accanto all’alleato nazista, e poi pure persa. Eppure a pagarne le spese per TUTTI gli italiani furono… i giuliano dalmati, gli UNICI – se ci pensate –sfrattati dalle loro case e privati delle loro terre, utilizzate dall’Italia per pagare i debiti di guerra ai vincitori. Gli UNICI additati, al loro arrivo in Italia dopo il grande sacrificio, come briganti che venivano pure a rubare il pane. E ancora oggi, paradossalmente, i SOLI tacciati spesso di essere stati… “i fascisti”, come se quella guerra l’avessero scatenata loro anziché subìta.

Pagavano colpe non loro, insomma. Eppure, e qui vengo al punto, mai abbiamo sentito dalle loro bocche insegnamenti di odio o di vendetta, ma solo di profonda onestà e dignità. Ecco perché il nome di MARTIRI, ovvero testimoni, dieci anni fa utilizzato qui nel Giubileo degli Esuli dai padri francescani che allora reggevano il santuario, riassume bene il loro destino MA anche il senso di QUESTA giornata odierna: quale migliore testimonianza di pace infatti potremmo immaginare oggi, in un mondo che trema di nuovo sotto i colpi di una terza guerra mondiale, della lezione di civiltà lasciata dai nostri cari?

Ogni anno il 25 aprile, giorno in cui Egidio Bullesi è salito al Cielo, il Comitato a lui dedicato organizza qui a Barbana la sua commemorazione. Ma il 2026 è anche l’anno del Giubileo di San Francesco d’Assisi, morto nel 1226, 8 secoli fa, e le due figure, l’antico santo e il giovane venerabile polesano, sono intimamente legate: Egidio fece della spiritualità francescana lo scopo della sua breve vita, e d’altra parte il contesto stesso in cui Egidio è cresciuto, l’Istria, come anche la Dalmazia, è una terra ricca fin dal XIII secolo di storia francescana. Non è un dettaglio, stiamo parlando della linfa vitale che ha sempre nutrito la religiosità del popolo istriano.

La fede per i nostri cari non era un abito esteriore, coinvolgeva pensieri e azioni. A ME ha sempre impressionato la fiducia con cui, nei giorni tremendi dell’esodo, i 300mila esuli in fuga dalle regioni adriatiche divenute jugoslave, si affidarono proprio ai loro sacerdoti, spesso seguendoli verso l’ignoto: quante famiglie ho intervistato, nella mia vita di giornalista, che non sapendo dove andare, prive di mete e di speranze, partirono con il loro fagotto e un prete come guida. È un’immagine quasi biblica, da Mosé nel deserto, eppure è successo veramente. “Perché siete andati a vivere a Trento?”, chiedevo nelle interviste, “Il nostro parroco di Pola aveva lì una sorella e lo abbiamo seguito tutti”. Perché a Pisa? “Monsignor Camozzo, il nostro vescovo a Fiume, andò lì seguito da don Dianich e da 25 tra preti e seminaristi… lì si ricostituì la nostra comunità”.

Se vogliamo dunque ricordare il VERO Egidio Bullesi, dobbiamo immaginarlo dentro questa realtà. Chi era questo ragazzo? Vale la pena ricordarlo e allora mi affido alla sua biografia scritta da Mariarita Cosliani, qui presente.

Egidio BULLESICH (il cognome fu cambiato in Bullesi pochi mesi prima della sua morte) nasce nella Pola austro-ungarica del 1905, terzo di nove figli. Allo scoppio della I guerra mondiale, la sua famiglia conosce gli stenti durante la deportazione degli italiani nei campi profughi di Wagna, in Stiria, e in Ungheria. IMMAGINATE l’11ENNE Egidio, che si sente già responsabile per i tanti fratelli minori, che fa ore di cammino nella neve bussando ai casolari per un tozzo di pane, in cambio del tabacco e dei vestiti che il papà riesce a portare da Pola. Quando torna a mani vuote, piange in un angolo, piccolo uomo già adulto. D’altra parte tutta la sua vita è un bruciare di tappe, come sempre avviene nell’esistenza di chi è destinato a fare tutto in fretta perché morirà giovane (penso ad esempio al giovanissimo san Carlo Acutis, per restare ai nostri giorni). Nel 1918 a 13 anni già lavora nei cantieri navali di Pola, e lì si impegna nell’apostolato sfidando il difficile contesto della lotta socialista: durante gli scioperi nell’Arsenale, sale sulla gru più elevata e lì inalbera con passione il Tricolore italiano.

I due binari della sua vita, il lavoro e l’apostolato francescano, procedono inscindibili: porta Gesù in cantiere, indifferente alle provocazioni di atei e anticlericali, cui anzi risponde con il suo contagioso amore per gli altri. A 16 anni si è già iscritto al Terz’Ordine Francescano, a 18 è guida, lui giovanissimo, dei ragazzini di Azione Cattolica, tra i quali mio zio Ezio. “Sento che è necessario infiammare i giovani”, scrive infatti.

A 20 si imbarca sulla corazzata Dante Alighieri e nei due anni di servizio militare travolge anche sul mare, come era accaduto in terraferma, i compagni più riluttanti, che restano catturati dalla sua personalità. Tra questi, Guido Foghin, AGNOSTICO, che dopo la morte di Egidio diventerà frate francescano missionario in Cina proprio con il nome di PADRE EGIDIO.

La fama di santità di Bullesi è ormai diffusa… Lo ritroviamo nel 1927 nei cantieri di Monfalcone, dove si spende con la San Vincenzo per i giovani e gli operai. Cito dalle sue lettere inviate a casa: “Vorrei correre ovunque c’è bisogno di pane. Ho sempre in mente i miei poveri”. È un ragazzo di 22 anni che scrive questo!

Ma proprio tra gli indigenti contrae la tubercolosi. Siamo ormai vicini alla fine… ma anche la sua morte diventa evangelizzazione per il prossimo: “Se vivo, Gesù è la mia felicità. Se muoio, vado a godere il mio Gesù”, consola chi piange per lui.

È il 25 aprile.  1929. Non ha ancora 24 anni. Spira all’alba, chiedendo di essere sepolto con il saio francescano. Tutta Pola è in Duomo ai suoi funerali celebrati dal giovane don Antonio Santin, il futuro monsignor Santin figura immensa dell’esodo istriano: “Nella sua persona Gesù è passato un’altra volta in terra”, dice Santin, che presto sarà promotore della sua causa di beatificazione.

Per 45 anni l’urna di Bullesi è rimasta nella sua Pola, poi nel 1974 i confratelli francescani l’hanno portata qui a Barbana: ce lo abbiamo accanto!

È chiarissimo come la vita di questo giovane dei nostri tempi sia profondamente radicata in quella di San Francesco d’Assisi, anche lui nel 1200 un ragazzo dalla vita stra-ordinaria, destinato

a morire giovane ma a cambiare l’umanità. Il patrono d’Italia, di cui stiamo celebrando il Giubileo, morì il 3 ottobre del 1226, minato dalla malattia, dopo aver convertito papi e governanti, riportato la Chiesa al vero messaggio di Cristo, predicato la pace, la povertà, l’amore per il creato. San Francesco volle essere sepolto NUDO, Egidio nella morte volle rivestire il saio del SUO santo. Come in un passaggio di testimone.

In questi tempi tremendi, con la guerra che è tornata a insanguinare l’Europa e rischia di coinvolgere per la terza volta il mondo intero, il gesto che compì San Francesco durante le Crociate indica la strada anche a noi: era il 1219 quando il poverello di Assisi andò al campo di battaglia in Egitto per chiedere udienza al sultano Malik al Kamil, il nemico. Un incontro che sfidava ogni logica e parlava di pace, dialogo interreligioso, rispetto. E proprio nel 2019, a 800 anni esatti da quell’incontro, eravamo di nuovo riuniti qui a Barbana a celebrare… gli 80 anni dalla morte di Egidio… Quanti intrecci nelle loro due vite!

Mi è impossibile citare tutti i FRANCESCANI che per secoli vissero e morirono da santi in Istria, a Fiume e in Dalmazia. Ma lasciatemi citare solo i nomi a noi più vicini, entrati nelle nostre famiglie, proprio come Egidio è entrato nella MIA, diventando così un amico in carne ed ossa, il santo della porta accanto.

Mi riferisco al nostro caro FRANCESCO Bonifacio di Pirano, oggi già beato. Eccolo un altro importante anniversario: 80 anni fa, era il 1946, nei convulsi mesi del dopoguerra funestati dalle violenze dei comunisti titini, fu massacrato a Crassiza, in Istria, e il suo corpo fu fatto sparire. Aveva 34 anni e morì perdonando. La cronaca giornalistica oggi parlerebbe di un “cold case”, un caso freddo ancora irrisolto, ed è notevole il fatto che la procura della Pola croata non abbia smesso di cercare i suoi resti, in collaborazione con la diocesi di Trieste e con il suo biografo Mario Ravalico, già presidente di Azione Cattolica a Trieste, e qui presente tra noi oggi!

Ricordo poi padre Placido Cortese, venerabile di Cherso, nato due anni dopo Egidio e torturato a morte a Trieste dalla GESTAPO, colpevole di aver salvato la vita a numerosi Ebrei cui procurava documenti falsi nel confessionale dentro la basilica di Sant’Antonio a Padova. Il suo corpo è passato attraverso i camini della Risiera di San Sabba.

E Raffaele Radossi, frate minore conventuale, indimenticabile vescovo di Parenzo-Pola. I nostri esuli più anziani lo ricordano ai piedi della nave Toscana a consolare chi partiva    e chi rimaneva. Non mancò a nessun viaggio.      Il comandante della nave è sempre l’ultimo a scendere, e Radossi fu l’ultimo a partire da Pola, quando non rimaneva più nessuno dei 30mila polesani su 34mila. Imprigionato prima dai nazisti, fu poi minacciato di morte dai titini. Visitò tutte le foibe e lottò con coraggio perché le salme fossero riconosciute e avessero sepoltura. Morì a Padova nel 1972 lasciando tutto ai poveri.

Francescano era anche l’arcivescovo di Gorizia Antonio Bommarco, la cui famiglia visse esule a Pordenone. Fu grande propugnatore della riconciliazione tra esuli e rimasti, allora divisi, oggi fratelli indissolubili! Ma anche acceso nel condannare il mancato plebiscito che non consentì ai nostri cari di decidere democraticamente il proprio destino. Ha lui perorato la causa di beatificazione di Egidio Bullesi.

E poi padre Flaminio Rocchi, lo ricordate?: punto di riferimento per gli esuli, fondò già nel 1946 l’ANVGD, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, oggi qui rappresentata dai comitati di Gorizia, Pordenone, Trieste, Udine, che saluto di cuore, insieme all’Associazione delle Comunità Istriane, e all’Associazione Italiani di Pola e dell’Istria LCPE che io stessa da qualche mese presiedo. Fu lui a lottare per primo affinché i giuliano dalmati, impoveriti e relegati per anni in fatiscenti camerate, ottenessero provvedimenti legislativi fondamentali, dalle leggi per l’edilizia popolare a quelle, ahimé irrisolte, per l’indennizzo dei beni cosiddetti abbandonati…

Voglio anche ricordare il medico di mia mamma e di tantissimi polesani, il venerabile monsignor Marcello Labor. Ebreo, agnostico, marito e padre, si convertì al cristianesimo insieme a tutta la sua famiglia e, una volta vedovo, prese i voti francescani. Nel 1943 fu nascosto da monsignor Santin per sfuggire ai nazisti. A Trieste fu parroco di San Giusto.

Accenno soltanto a cinque eroici francescani perseguitati dalle due opposte ideologie che insanguinarono il ‘900: il 15 settembre 1947 Pola fu consegnata alla Jugoslavia ma i frati del convento di Sant’Antonio, dietro l’Arena, non se ne andarono. E la persecuzione non si fece attendere: dopo un processo farsa per spionaggio, quattro padri furono condannati al gulag di Stara Gradiška. Dopo anni di lavori forzati tre di loro in quanto italiani furono barattati e liberati. Il quarto però era jugoslavo e rimase internato per ben 16 anni… I loro nomi erano Cornelio Relia, Albino Gomiero, Bernardo Beninca e Atanasio Kocijancic.

Lascio a Danilo Colombo il racconto,       uscito sul giornale della mia associazione “L’Arena di Pola”,       di quanto avvenne in quel gulag: CITO: “Comincia per i frati la vita da galeotti. Insulti, minacce, sberleffi, sputi, ore e ore di lavoro sfiancante, disumanità d’ogni tipo condivise con altri sacerdoti in massima parte croati e sloveni. Per dir messa i frati hanno scritto il messale su foglietti di carta igienica. Pezzetti di pane diventano l’ostia del Dio che si incarna. Infusioni d’uva passa forniscono il vino del sangue del Redentore”.

Chiudo questa galleria con padre Emanuele Ongaro, guardiano del convento di Pisino, che perse la vita proprio nel giorno della festa di San Francesco, avendo dato rifugio a decine di italiani e croati ricercati dai nazisti dopo l’8 settembre 1943. All’arrivo dei tedeschi padre Ongaro si presentò sulla soglia del convento con le braccia alzate…     e fu in quel gesto che una raffica di mitra lo crocefisse.

Dieci anni fa – nel Giubileo della Misericordia – terminai la mia orazione citando le parole di don Cornelio Stefani, testimone dei 54 bombardamenti alleati che, senza motivo alcuno, rasero al suolo Zara: DISSE: “Il nostro paradiso si trasformò in un inferno, ma noi non abbiamo ricambiato odio con odio: non esiste alternativa al perdono, alla pacifica convivenza, dunque noi abbiamo perdonato. MA abbiamo il sacrosanto diritto di ricordare”. E allora chiudo RICORDANDO…

Ricordando l’ennesimo anniversario, gli 80 anni dalla strage di Vergarolla, a Pola. Era il 18 agosto del 1946 quando sulla spiaggia affollata da migliaia di italiani, 28 ordigni furono fatti esplodere. L’Italia era già Repubblica da mesi,    Pola era ancora Italia,    e le vittime, moltissimi i bambini, furono forse un centinaio, 64 identificate, le altre disintegrate. Si trattò DUNQUE del primo attentato terroristico,    e il più sanguinoso,      della Repubblica italiana. Ma ben pochi lo sanno, perché Vergarolla fu subito cancellata da tutti, compresa l’Italia. NON però dai polesani, che quel giorno compresero: o si scappa o si muore tutti.

Solo tre giorni prima della strage, nel Ferragosto 1946, ventimila polesani accorsero festanti nell’Arena romana con il Tricolore a cantare il Va’ Pensiero: volevano dimostrare ai potenti della Terra, riuniti a Parigi per tracciare i nuovi confini, che POLA era italiana e voleva restarlo! Le ragazze cucivano a mano le coccarde bianche rosse e verdi e le distribuivano ai passanti diretti all’Arena. Tra di loro c’era anche mia mamma, che aveva 20 anni. L’anno scorso, morendo, mi ha consegnato il suo tesoro che non sapevo avesse conservato: eccola la sua coccarda di quel giorno!: partì con lei da Pola nel ’47…

Ma questa è un’altra storia. La ricorderemo nel 2027, a 80 anni dal grande Esodo.

GRAZIE

Lucia Bellaspiga

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